Lasciarsi l'ansia alle spalle. Intervista Esclusiva a Lucrezia Lante della Rovere

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Il trascorrere del tempo e le conseguenze che determina sull’aspetto fisico e sulla bellezza le hamai creato ansia? «Non credo in improbabili operazioni di chirurgia estetica o nel botulino, se è questo che intende. La bellezza non è quella che risiede nel botulino, anzi, quello è l’orrore.

A 43 anni è un’attrice affermata. alle spalle numerosi successi teatrali e cinematografici. Ha cominciato a lavorare da giovanissima e, per anni, ha convissuto con l’ansia, che ha superato con gli esercizi per la respirazione prima e con l’analisi poi. E Ancora «non ho avuto alle spalle una famiglia solida. credo che famiglie solide e ben strutturate crescano figli più sereni, meno ansiosi e meno spaventati»

Come tutte le storie di vita, anche la mia è stata intensa e tormentata». A parlare è Lucrezia Lante della Rovere e forse la sua, di storia, è stata più intensa di molte altre. E anche più tormentata. Fatta di senso di solitudine, paura, inquietudine.Ma anche di grandi amori, grandi passioni, soddisfazioni professionali, come si evince chiaramente dalla biografia scritta di suo pugno.

Nata da due genitori di cui non è stato facile essere figlia, Marina Ripa di Meana («un’inguaribile e indomabile bambina, con una sfrenata voglia di vivere che la portava lontano dame») e Alessandro Lante della Rovere («un aristocratico squattrinato, con un gran mal di vivere, che non ci ha permesso né di comunicare né di conoscerci»), ha cercato la sua strada fin da giovanissima decidendo di intraprendere quella carriera di fotomodella che l’avrebbe portata lontano da casa e catapultata nelmondo degli adulti.

La svolta c’è stata quando ho cominciato a prendere lezioni di canto, durante le quali facevo molti esercizi di respirazione. Grazie a questi esercizi quando finivo le lezioni mi sentivo molto meglio e allora mi sono resa conto della differenza, mi sono accorta che normalmente non stavo bene»

Aveva 15 anni e già da allora le faceva da compagna quell’ansia che si sarebbe portata dentro ancora per tanti anni. «Pensavo che fosse una sensazione normale », spiega l’attrice. «Stavomalema nonme ne rendevo conto». Finché non si rese conto che qualcosa non andava, che quel soffrire d’ansia era una sensazione con cui non doveva per forza convivere tutta la vita. Da lì la scoperta, prima dello yoga e degli esercizi per la respirazione, e poi dell’analisi. Perché l’ansia non è una cosa che scompare da un giorno all’altro. Quando ha cominciato a soffrire d’ansia? «Ero una ragazzina ed eromolto fragile. Permolto tempo nonmi sono resa conto che avevo qualcosa che non andava. Era come se soffrire d’ansia fosse il mio stato naturale. Ero angosciata e avevo frequentemente la tachicardia.

Lucrezia Lante della Rovere si racconta. Intervista Esclusiva

Cosa ha deciso di fare? «Inizialmente ho attraversato un periodo in cui prendevo tantissimi psicofarmaci. Successivamentemi sono aiutata con lo yoga e con le tecniche di respirazione. Mi hanno aiutatomolto a prendere consapevolezza del mio corpo. Nessuno ci insegna a farlo e noi lo guardiamo come fosse un estraneo! E allo stessomodo nessuno ci insegna che le ansie si possono superare, non è necessario conviverci tutta la vita.Ho imparato a conoscereme stessa, a prendere le distanze da alcune cose, ho imparato che sono una persona emotiva che ha bisogno di tranquillità, affetto e sicurezza. Come molti di noi d’altronde».

Alcuni esperti sostengono che alla radice dei problemi d’ansia, oltre al fattore biologico, ci siano condizioni di insicurezza affettiva. Lei è la prima ad ammettere che la sua famiglia non le ha dato punti di riferimento. «Non ho avuto alle spalle una famiglia solida. Credo che famiglie solide crescano figli più strutturati, meno ansiosi e meno spaventati. La mia famiglia mi ha sicuramente dato altro ma non la solidità emotiva, anzi. Sono stata “sballottata” da una parte e dell’altra per tanto tempo, senza un reale punto di riferimento, stavo un anno con mia madre e un altro con mio padre. Questo ha sicuramente influito sul mio essere una ragazzina, e poi una donna, piena di ansie».

Si è anche trovata ad affrontare il mondo del lavoro molto presto. «Quando avevo 15 anni già lavoravo come modella. Prendevo l’aereo e andavo a chilometri di distanza da casa. Fin da giovanissima mi sono trovata a dovermi gestire da sola, a non aver nessuno che mi proteggesse e mi sorreggesse e a fare i conti con chi mi doveva pagare: ero una ragazzina che aveva a che fare con degli adulti e con un mondo più grande di me. Questo ovviamente non ha fatto altro che aumentare la mia ansia.

Non ero in grado di affrontare tutto questo ma a quell’età l’orgoglio e la vergogna impediscono di chiedere aiuto, non ci si vuole mostrare spaventati né fragili. A chiedere aiuto, ad ammettere che non ero capace di fare qualcosa, l’ho imparato da grande». E infatti ha deciso di andare in analisi. «Sì, per una decina di anni. Da quando ne avevo venticinque fino ai trentacinque. Un percorso che mi ha aiutato a prendere consapevolezza di diverse cose e delle mie fragilità affettive».

Che tipo di esperienza ha maturato durante questi lunghi 10 anni di analisi? «Quello dell’analisi è un percorso difficile ma è anche un bel viaggio che si fa dentro di noi, che io consiglio a tutti. Perché spesso scappiamo da noi stessi e da quello che non ci piace. Invece fare l’analisi è come mettersi davanti a uno specchio che rimanda la nostra immagine esattamente com’è, quell’immagine che spesso non vogliamo guardare. È un guardarsi dentro a fondo tutte le settimane per anni, anche nei giorni in cui non ne avremmo nessuna voglia».

Come ha capito che era arrivato il momento giusto di lasciare l’analisi? «Quando ho iniziato ad acquisire più serenità e distacco da alcune cose. Quando ho imparato ad avere il controllo e la gestione di ciò che mi accadeva. Anche se, confesso, ogni tanto sono tentata di ricominciare, perché penso sia veramente un lavoro di profonda conoscenza rivolto verso noi stessi, molto importante e anche estremamente utile. La cosa interessante sarebbe andarci quando si è felici. In realtà ci andiamo sempre quando abbiamo momenti di crisi». È diventatamadre di due gemelle a 21 anni, quindi molto giovane.

Come ha influito questo fatto sulla sua ansia? «È strano da spiegare ma rispetto alle mie ansie le mie figlie erano un punto di riferimento, una sorta di centro di gravità che mi richiamava a sé. Sapevo che da loro prima o poi sarei dovuta tornare e che quindi non mi potevo perdere. Questo mi ha dato sicuramente serenità, come se avessi trovato un punto fermo. Però restava sempre la paura di trasmettere alle mie figlie lemie incertezze, lamiamancanza di equilibrio, lemie paure.Mi ripetevo: “cosa posso dare a loro se io sono così fragile?”.

E questo senso di inadeguatezza mi riportava alla mia ansia: avevo paura di non essere una buona madre. Ero contraddittoria in quello che provavo, come d’altronde succede spesso a noi esseri umani. Addirittura, mentre vivevo queste paure, mi sentivo contemporaneamente più forte delle mie coetanee, perché ero già madre e quindi ero più completa e più adulta. Insomma, mi sentivo tutto e il contrario di tutto!».

Sono tante le ragazze che, come ha fatto lei, si trovano ad affrontare ilmondo del lavoro e in particolare della moda da giovanissime. E in tante si ammalano di anoressia, una malattia che, in qualche modo, è legata all’ansia di non essere all’altezza. «Questo è un problema molto grave perché non si fa abbastanza per prevenirlo. È come se non si riconoscesse che il problema esiste e quindi non si dà a queste ragazze il giusto supporto psicologico. Sono ragazze che hanno problemi di insicurezza e di mancanza di affetto. Si affronta il problema quando ci si trova davanti a qualcuno che è già malato».

La colpa maggiore è del mondo della moda o delle famiglie? «La colpa maggiore ce l’hanno le famiglie, l’ambito in cui le ragazze si trovano a crescere. Affrontano questa nuova situazione senza gli strumenti adatti per affrontarla. È un mondo difficile dove, non va dimenticato, gira anche tanta droga. Unmondo frivolo in cui queste ragazze sono principalmente dei corpi, vengono trattate come oggetti, e alla fine della giornata di lavoro si ha la netta sensazione di essere state usate. Per una ragazzina è difficile affrontare tutto questo e la famiglia che ha alle spalle diventa fondamentale». Lei da tanti anni non fa più la modella ed è diventataun’attricedi successo.Anchenel suolavoro,però, l’aspetto fisico conta.

Il trascorrere del tempo e le conseguenze che determina sull’aspetto fisico e sulla bellezza le hamai creato ansia? «Non credo in improbabili operazioni di chirurgia estetica o nel botulino, se è questo che intende. La bellezza non è quella che risiede nel botulino, anzi, quello è l’orrore. La bellezza è uno stato di grazia delle persone. Traspare da quello che si ha dentro, dallo sguardo, dalla dolcezza. Una bella donna non è quella che non ha una ruga.Ma quella che emana una grazia particolare che la chirurgia non può regalare.

Se con la chirurgia una persona può correggere un difetto che le crea un complesso, allora non sono contraria, ma ricercare l’eterna giovinezza è sbagliato, e il rischio è quello di “mostrificarsi”. Di esempi ne abbiamo parecchi. Io le chiamo “donne canotto” e le trovo bruttissime. Invece di quarantenni con le rughe non se ne vedono più…e dire che sarebberomolto più belle.Non ha senso cercare di nascondere la propria età, tanto la si capisce comunque».

Oggi Lucrezia Lante della Rovere si sente bene? Ha trovato un equilibrio? «Oggi mi sento bene e la cosa che mi fa sentire meglio è sentirmi amata, avere degli affetti vicino.Mi rendo conto che il mio stare bene dipende molto dal sentirmi amata e anche dal sentirmi realizzata nel mio lavoro, cosa che mi rende motivata e soddisfatta. Anche il lavoro, in fondo, è una forma di affetto da parte della vita che permette la realizzazione personale».

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