La Ricerca secondo il Prof Attilio Maseri. Intervista Esclusiva

Visualizzazioni di questo articolo 5272

Oggi la cartella clinica dell’ammalato è scritta a mano o a macchina. Si deve pensare ormai a una cartella clinica computerizzata, formattata secondo un protocollo, che deve essere riempita in tutte le sue parti con tutte le informazioni. Una cartella sempre disponibile per tutta la vita del paziente, in modo tale che in qualsiasi ospedale si possa facilmente rintracciare la cartella e verificare quello che è gia successo. Solo così si può mettere a disposizioni dei medici un’importante e valida conoscenza dell’ammalato

La medicina non può solo basarsi su calcolo probabilistico e dati statistici. é importante studiare le diversità. «bisogna concentrarsi su quei pazienti che deviano dal comportamento comune», spiega il Prof Attilio Maseri. cardiologo di fama internazionale

Il rapporto medico-paziente deve essere impostato secondo una nuova modalità d’interazione. Bisogna curare il paziente e non la malattia. È importante umanizzare questo rapporto». A parlare è Attilio Maseri, cardiologo di fama internazionale, che da tempo ormai dedica le sue forze alla definizione di un rapporto più umano tra medico e paziente. Nato a Udine, 73 anni fa, autore di circa 500 articoli pubblicati su riviste internazionali, dal 2004 presidente della FIC (Federazione Italiana di Cardiologia), Attilio Maseri è considerato oggi uno dei più importanti cardiologi in tutto il mondo. Ha iniziato la sua carriera a Pisa, poi dal 1979 al 1991 ha lavorato a Londra.

 

Tornato in Italia per dieci anni è stato professore ordinario di cardiologia all’Università Sacro Cuore di Roma e direttore dell’Istituto di cardiologia al Policlinico Gemelli di Roma. Dal 2001 è professore ordinario di cardiologia dell’Università Vita-Salute. «Non possiamo basarci solo sui risultati degli esami - continua Maseri - ma anche su quello che il paziente ci racconta. Per questo ha bisogno di essere consolato, confortato, rassicurato, messo al corrente delle decisioni prese». Nell’arco della sua carriera ha avuto come pazienti due Papi e tre Presidenti della Repubblica.

E oggi dedica gran parte del suo sapere scientifico all’insegnamento, spiegando che l’intesa tra chi cura e chi è curato è importante, fa parte della terapia. «Durante una mia lezione agli studenti di medicina ho raccontato: “alcune volte vi troverete in difficoltà su cosa fare o non fare, mettevi nei panni dell’ammalato e ditevi come vorreste essere trattati voi. E poi fate così”».

La Ricerca secondo il Prof Attilio Maseri. Intervista Esclusiva

Professore a che punto è la ricerca nel campo della cardiologia? «Rispetto ad altri paesi europei in Italia va benissimo. Bisogna comunque riuscire a porre gli obiettivi e l’attenzione su cose che non sono ancora state esplorate. È questo che ci dà probabilità di scoperte innovative, aiutandoci molto a creare nuovi bersagli terapeutici. Dobbiamo scoprire chi è a rischio e di che cosa, e poi correggere quello che non funziona. Bisogna tornare al paziente, come singolo e come insieme, e non basarsi più sulla standardizzazione e generalizzazione di un gruppo di soggetti molto ampio. È importante studiare le diversità».

In che senso? «In questo momento stiamo seguendo una nuova strada: cercare di identificare nuovi bersagli terapeutici osservando quei pazienti che non si comportano come la media. Dei pazienti che noi stiamo trattando, alcuni che non dovrebbero avere problemi, perché non presentano alcun fattore di rischio, invece ce l’hanno lo stesso. E dobbiamo chiederci il perché. In altri casi, pazienti a cui abbassiamo il colesterolo, il diabete, la pressione, non rispondono ai trattamenti. Si deve capire allora dove puntare la nostra osservazione, allontanarci dal tipo di ricerca condotta negli ultimi 30 anni. Fino ad oggi abbiamo capito cos’è che in media fa bene e cosa fa male.

Abbiamo fatto veramente molto. Ma addesso dobbiamo cercare di capire quei pazienti che deviano dal comportamento più comune e scoprire perché c’è questa deviazione dalcomportamento atteso. Solo così si possono aprire le frontiere verso nuovi meccanismi e quindi creare nuovi bersagli terapeutici». Vuol dirci che la medicina oggi si basa solo su dati statistici e su calcolo probabilistico? «Per adesso i più grossi progressi nel campo della medicina cardiovascolare, sono stati il riconoscimento delle cause dei disturbi che portano il paziente ad avere dei problemi, e cioè che l’infarto è causato da un occlusione della coronaria. Bene, allora io la riapro e riduco l’infarto.

Ma il problema è di capire quante varie cause ci sono. Quante cause ci possono portare a questa occlusione. Noi attualmente cerchiamo di ricondurle a un numero di fattori di rischio che prima o poi combinandosi hanno la probabilità di causare forti danni. Dobbiamo essere in grado di ulteriore approfondimento. Una grandissima spinta a una miglior forma di trattamento e prevenzione delle malattie può essere fatta offrendo a più persone quei trattamenti che sono adatti per loro, invece che cercare, come stiamo facendo, di trovare un comune denominatore che vada bene ad uno spettro ampio di pazienti».

In che condizioni versa la sanità italiana? «Ho incominciato a fare il cardiologo agli inizi degli anni Sessanta. In quegli anni c’era la mania di andare fuori dall’Italia per risolvere i problemi di salute. Oggi, secondo me, andare all’estero non ha più senso, perché nel nostro Paese si possono avere le stesse cure che altrove. I pazienti possono trovare qui le stesse competenze che si trovano a New York, Londra o Parigi. E questo è un passo veramente grande. I cardiologi italiani hanno fatto cose veramente eccezionali cercando di ottimizzare le cure allo stesso modo in tutto il territorio dall’estremo Sud al Nord. Per quanto riguarda, invece, l’organizzazione generale della sanità italiana siamo più efficienti degli Stati Uniti, dove se non hai la carta di credito e non hai del denaro difficilmente ti curano».

Professore quali sono le ultime frontiere nel campo della prevenzione? «La prevenzione si basa molto sullo stile di vita che condiziona lo sviluppo delle malattie cardiovascolari. Perché quei fattori che noi conosciamo come alterazione dei caratteri del sangue, ad esempio colesterolo, aumento della pressione arteriosa, obesità, diabete, sono una conseguenza di uno stile di vita sbagliato. Bisogna considerare, oggi, il disadattamento della persona nei confronti dell’ambiente in cui vive. Siamo dei disadattati e per compensare questo mangiamo di più e facciamo pochissima attività fisica. Una volta si mangiava per affrontare lo sforzo di un lavoro duro. Si lavorava nei campi ed era un lavoro prevalentemente fisico. Adesso invece il lavoro è mentale. Quindi non è solo un problema di qualità del cibo ma di quantità.

Osanniamo tanto la dieta mediterranea, ma se di quei cibi ne mangiamo troppo cominciamo a essere in sovrappeso e questo sviluppa diabete, ipertensione, aumenta i lipidi». Quindi la prevenzione riguarda soltanto l’alimentazione? «Voglio raccontare una storia di qualche anno fa, che fece molto scalpore. C’era una comunità italiana in Pennsylvania giunta da Roseto degli Abruzzi. Studiando questa comunità di 2500 persone si sono accorti che morivano quasi tutti di vecchiaia. Hanno condotto studi per capire se avessero il colesterolo o il diabete più o meno alti e scoprirono che i loro valori non erano certamente migliori di altre persone che vivevano altrove.

Si è giunti, dunque, alla conclusione che l’impostazione del loro stile di vita li portava a vivere in comunità, in stretto rapporto tra loro. Vivevano con i nonni, la sera si fermavano a chiacchierare, creando un giusto equilibrio con loro stessi, senza alcun tipo di ansie e stress.

Questo era il successo della loro lunga vita. In Inghilterra, invece, hanno scoperto che nei pazienti che hanno avuto un infarto e hanno un forte supporto sociale, vivono cioè insieme a parenti e amici con cui condividono i problemi della vita, dopo cinque anni la mortalità era cinque volte inferiore rispetto a quelli che non si erano creati alcun contatto sociale. L’ambiente familiare, gli amici e quello che ci circonda è una cosa molto importante. La mancanza di questi elementi determina con più facilità la formazione di malattie cardiovascolari. Una vita serena è utile. Una vita condotta come quella dei nostri nonni aiuta a vivere meglio, perché elimina stress e tensioni». Ha più volte detto che sarebbe necessario creare un database con tutte le informazioni sul paziente.

Potrebbe spiegarci meglio? «Oggi la cartella clinica dell’ammalato è scritta a mano o a macchina. Si deve pensare ormai a una cartella clinica computerizzata, formattata secondo un protocollo, che deve essere riempita in tutte le sue parti con tutte le informazioni. Una cartella sempre disponibile per tutta la vita del paziente, in modo tale che in qualsiasi ospedale si possa facilmente rintracciare la cartella e verificare quello che è gia successo. Solo così si può mettere a disposizioni dei medici un’importante e valida conoscenza dell’ammalato.

La sanità italiana già ha iniziato a computerizzare schede e pratiche per questioni amministrative e burocratiche, adesso questa procedura andrebbe estesa anche a tutti i dati degli ammalati. Può aiutare a comprendere meglio e più facilmente l’evoluzione della sua malattia». L’ambiente familiare, gli amici e quello che ci circonda sono dei fattori molto importanti. la mancanza di questi elementi determina con più facilità la formazione di malattie cardiovascolari

Potrebbero interessarti anche...