Intervista al Dr. Fabrizio Duranti: Un medico per amico

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Cosa bisogna assolutamente evitare? «Bisogna evitare di perdere le motivazione e l’entusiasmo per la vita. La passione è uno dei motori più potenti. Bisogna sempre appassionarsi a qualcosa: alla lettura, allo sport, al lavoro. Quando una persona perde la passione e l’entusiasmo ha fatto già un primo considerevole passo verso la malattia»

Attraverso le telecamere di Rai Uno e i microfoni di Radio Deejay continua a dispensarci utilissimi consigli su come condurre una vita sana e su come ottimizzare al meglio le funzioni psicofisiche del nostro organismo. E lo fa con una semplicità e una naturalezza davvero eccezionali, quasi fosse veramente un nostro “amico medico” (dal titolo del suo ultimo libro "Un medico per amico").

Ed è proprio su questo che si basa il metodo terapeutico utilizzato dal dottor Fabrizio Duranti: una comunicazione mirata ed efficace che indirizzi il paziente verso una corretta consapevolezza del suo effettivo stato di salute e che lo conduca ad adottare uno stile di vita più sano e salutare. Come? Attraverso cinque semplici passaggi: corretta alimentazione, corretta micronutrizione, attività fisica, disintossicazione e meditazione. Dalle sue stesse parole apprendiamo, infatti, che «raggiungere il benessere è una cosa semplicissima e lo si può fare anche con i proverbiali Consigli della Nonna».

Cosa bisogna assolutamente evitare? «Bisogna evitare di perdere le motivazione e l’entusiasmo per la vita. La passione è uno dei motori più potenti. Bisogna sempre appassionarsi a qualcosa: alla lettura, allo sport, al lavoro. Quando una persona perde la passione e l’entusiasmo ha fatto già un primo considerevole passo verso la malattia»

 

Cercare di evitare di mangiare il “cibo spazzatura” e mangiando moltissima frutta e verdura, proteine magre, e carboidrati più integrali possibili. Infine vi è la disintossicazione dell’organismo, finalizzata all’eliminazione delle tossine, e tecniche specifiche di micro nutrizione, utilizzando vitamine, sali minerali, anti-ossidanti e Omega 3

Perché le persone hanno la capacità di trattenere pochi concetti e se gliene si dà troppi, si rischia che vengano percepiti solo quelli meno importanti. Inoltre bisogna anche fare attenzione a reiterare i concetti più importanti, senza avere paura di essere ripetitivi». Cosa manca, o cosa è venuto meno, nella comunicazione medico-paziente? «Quello che io prescrivo ai miei pazienti lo faccio in prima persona. Il medico deve rappresentare prima di tutto un esempio, perché l’esempio è la primissima forma di educazione possibile. Chiaramente, nell’ambito della moderna medicina specialistica, questo risulta molto più difficile.

Salute con l'alimentazione, intervista al Dr Fabrizio Duranti

Lei è un medico e al tempo stesso un personaggio pubblico. Come fa a coniugare queste due figure? «Il modo migliore per svolgere molte attività è non sentirsi identità attraverso il verbo essere, ma attraverso il verbo avere e il verbo fare. Io non sono infatti un medico, ma svolgo l’attività di medico e non dico a un paziente che è malato, ma che ha una malattia. In altre parole, essere medico non significa solo fare il medico, ma essere tante cose nello stesso tempo. Per me riuscire a convincere un paziente che non “è” un malato ma che “ha” una malattia è già un primo importante passo verso la via della guarigione.

È un modo per curare al meglio, cercando di uscire dal concetto di identità che, spesso, può essere fortemente penalizzante. Straordinari mezzi di comunicazione come la televisione, la stampa specializzata e la radio, hanno un potere fortemente persuasivo, tale per cui è molto più facile poter trasferire anche messaggi che riguardano la salute. Nel mio lavoro quotidiano di medico, studio, acquisisco informazioni e poi cerco dei canali efficaci per poter raggiungere al meglio il mio paziente: con i canali mediatici il livello di diffusione del messaggio è davvero capillare e se si riesce a ottimizzare la comunicazione si possono piantare quei semi che poi nei terreni fertili riescono in qualche modo a crescere e a dare ottimi strumenti di salute».

Lei riesce a rendere semplici molti concetti scientifici, che facili da divulgare non lo sono affatto. Da cosa nasce questa sua capacità? È una dote intrinseca o è frutto di uno studio mirato? «Entrambi. Il talento e le doti personali ci devono sempre essere, però devono essere affinate, soprattutto attraverso il mestiere della comunicazione. E, come in tutti i mestieri, è importante che ci siano pratica e allenamento. Inoltre, ci vuole anche uno studio continuo: si studia la comunicazione e si capisce come poter essere i più semplici possibili. Una delle mie più grandi soddisfazioni è incontrare per strada delle persone che mi dicono “lo sa che da quando la seguo in televisione ho iniziato a camminare tutti i giorni e mi è scesa la pressione, tanto che il cardiologo mi ha dimezzato il dosaggio di anti-ipertensivo?”. Quello è un chiaro segno che il modo di comunicare è stato davvero efficace e che ho raggiunto il mio scopo di medico. Non bisogna referenziarsi attraverso il linguaggio aulico, ma principalmente attraverso una solidità comunicativa. Il linguaggio deve essere semplicissimo, quasi paratattico: concetti chiari, semplici e, soprattutto, pochi.

Negli ultimi anni si è venuta a creare infatti una certa distanza tra la figura del medico e quella del paziente, perché la superspecializzazione ha portato il medico ad allontanarsi dal dialogo con il paziente e questo ha disabituato il paziente a cercarlo in maniera adeguata. Se è infatti vero che il medico parla poco con il paziente, è altrettanto vero che il paziente è diseducato in tal senso, e spesso pretende dal medico ciò che non è in grado di potergli dare. Ciò crea proprio un conflitto di comunicazione di difficile individuazione e superamento. In altre parole, a mio avviso il problema sta da entrambe le parti: il paziente ha il diritto di essere ascoltato e il medico ha il diritto di essere rispettato. Purtroppo è vero che i medici nel campo della credibililtà hanno perso terreno e nei pazienti è cresciuto il senso di sfiducia verso classe medica. Si tratta di una grossa frattura, che non sarà facile risanare. Ma credo che se i pazienti recuperassero degli atteggiamenti di giusto rispetto verso le persone che li devono curare e se i medici mostrassero una maggiore disponibilità la comunicazione potrebbe diventare molto più semplice».

Oggi sembra esserci una rinascita della consapevolezza del benessere psico-fisico… «È vero, ma il benessere deve essere ben inteso e ben affrontato. C’è spesso la tendenza a proporre delle tecniche del tutto passive che non prevedono l’apporto attivo delle persone. Il benessere si raggiunge in maniera molto semplice, con i cosiddetti “Consigli della Nonna”, per esempio: muoversi un’ora al giorno, ridurre i carboidrati raffinati che si introducono in maniera esagerata, ridurre il sale, cercare dei momenti di relax nel corso della giornata e imparare a respirare bene. Tutte tecniche, queste, che non hanno nulla di tecnologico o ingegnoso. Il mio consiglio è di creare prima la base e poi una volta che questa è ben solida si può iniziare a salire verso il vertice andando a risolvere i problemi specifici».

Qual è quindi il suo approccio al paziente? «Io mi occupo del corpo nella sua interezza e lo scopo principale del mio lavoro è quello di mettere l’organismo nelle condizioni di poter funzionare al meglio, secondo il concetto di “Human Maximum Performance”: cerco di idratarlo, di nutrirlo nella maniera giusta, dargli i giusti antiossidanti e apporti vitaminici, fargli fare il giusto movimento, utilizzare tecniche di rilassamento e riequilibrare il sistema nervoso neuro-vegetativo. Quando si tratta bene un organismo, esso cerca di esprimere nel migliore dei modi quella che i latini chiamavano la “Vis Medicatrix Naturae”, ossia la forza terapeutica della natura.

Più che curare la singola patologia, che ritengo sia di pertinenza dello specialista, a me interessa gestire l’organismo, sempre nel miglior modo scientifico possibile, rimanendo molto attento alla biochimica, alla fisiologia e all’endocrinologia». Cosa comporta realmente, l’avere una vita “sana”? Quali sono i suoi consigli in merito? «Io ho adottato una gerarchia di interventi. Come primo passo bisogna decidere se si vuole stare bene veramente. E se si vuole raggiungere questo obiettivo occorre seguire attentamente tre regole: avere chiaro in mente l’obiettivo, capire quanto può costare raggiungere l’obiettivo, ed essere pronto a pagare il giusto prezzo per raggiungerlo, anche se è molto salato. Poi si passa all’attività fisica e al movimento che deve essere almeno di 40 minuti al giorno per almeno quattro volte alla settimana: bisogna camminare con ritmo sempre più incrementale, finché il movimento effettuato consenta sempre di poter parlare facendo attività fisica, ma non di cantare. E poi occorre trovare un momento di relax di almeno 10-15 minuti al giorno, attraverso tecniche di rilassamento qualsiasi, per circa 5-6 giorni alla settimana.

Poi si passa all’alimentazione che deve essere il più corretto possibile, cercando di evitare di mangiare il “cibo spazzatura” e mangiando moltissima frutta e verdura, proteine magre, e carboidrati più integrali possibili. Infine vi è la disintossicazione dell’organismo, finalizzata all’eliminazione delle tossine, e tecniche specifiche di micro nutrizione, utilizzando vitamine, sali minerali, anti-ossidanti e Omega 3».

Quali consigli può darci per la prossima stagione autunnale? «Soprattutto quello di non perdere in autunno le buone abitudini acquisite in estate con il sole, il caldo e le giornate lunghe che ci hanno abituato a stare di più all’aperto. Bisogna attrezzarsi e organizzarsi e non far sì che si smetta di stare di più all’aria aperta, di correre, di fare sport e di incontrare persone solo perché arriva un po’ di brutto tempo o perché le giornate iniziano ad accorciarsi. Bisogna anche stimolare di più il nostro sistema immunitario perché il passaggio di stagione mette il nostro organismo a rischio di contrarre malattie: appunto per questo almeno un grammo di Vitamina C è da consigliare per almeno i primi due mesi di passaggio alla nuova stagione autunnale. Inoltre, non bisogna coprirsi troppo: occorre sempre stimolare il nostro sistema termogenico senza mai correre il rischio di inibirlo. In più, in questo periodo, bisogna anche cercare di incrementare i momenti di rilassamento».

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