Importanti novità sulle terapie del colon-retto, intervista a Alberto Sobrero

Visualizzazioni di questo articolo 14774

Anche in Italia, dove prevale la dieta mediterranea, la diffusione di questo tumore non è tra le più alte nel mondo, mentre in paesi come gli Stati Uniti i casi sono molto più numerosi. Il secondo fattore di rischio è la familiarità: in particolare, il rischio è maggiore nei soggetti che hanno un familiare di primo grado che ha contratto la malattia al di sotto dei 50 ann

Responsabile Divisione di Oncologia Medica, Ospedale San Martino di Genova Cronicizzazione: obiettivo possibile anche per i pazienti in fase avanzata

Che cos’è il carcinoma del colon-retto e quanti sono gli italiani colpiti ogni anno da questa forma di tumore?

Il carcinoma del colon-retto è un tumore che si sviluppa nell’intestino e si caratterizza per la crescita incontrollata di cellule anomale all’interno del colon e del retto. È uno dei tumori più frequenti, che colpisce circa un milione di persone nel mondo e circa 40.000 italiani all’anno. In quasi tutti i casi, si sviluppa inizialmente da piccole escrescenze dette polipi, la maggior parte dei quali non evolve in una forma maligna, ma se cancerizzano danno origine al tumore.

 

Esistono fattori di rischio collegati allo sviluppo del tumore del colon-retto e comportamenti utili a ridurre il rischio?

Il principale fattore di rischio è l’alimentazione: in India, ad esempio, dove l’alimentazione è basata sui vegetali e sulla frutta, l’incidenza del tumore del colon-retto è molto bassa. Anche in Italia, dove prevale la dieta mediterranea, la diffusione di questo tumore non è tra le più alte nel mondo, mentre in paesi come gli Stati Uniti i casi sono molto più numerosi. Il secondo fattore di rischio è la familiarità: in particolare, il rischio è maggiore nei soggetti che hanno un familiare di primo grado che ha contratto la malattia al di sotto dei 50 anni.

 

Quali sono i principali sintomi, segnali d’allarme della malattia? È possibile individuare il tumore del colon-retto quando la malattia è ancora negli stadi precoci?

I principali sintomi sono essenzialmente tre: la stipsi, il dolore addominale e la presenza di perdite di sangue nelle feci. La difficoltà nel riconoscere questi sintomi sta nel fatto che tutti e tre sono molto frequenti e molto spesso sono legati a patologie benigne, come ad esempio le emorroidi. Quindi il vero segnale di allarme si ha quando questi tre disturbi sono particolarmente pronunciati o presentano un cambiamento rispetto al passato.

La prevenzione e la diagnosi precoce sono molto importanti nel caso del tumore del colon-retto, grazie all’efficacia della colonscopia che, se effettuata anche solo una volta intorno ai 50 anni, permette di ridurre significativamente la mortalità associata (circa del 70%). Eppure, mentre c’è molta attenzione verso alcuni tipi di test di prevenzione, come la mammografia o il Pap test, si parla invece molto poco della colonscopia, che è uno dei presidi più efficaci che abbiamo a disposizione in medicina.

 

Come si interviene dopo la diagnosi? Quali sono le attuali opzioni terapeutiche?

Possiamo identificare due scenari. Il primo è quello della malattia localizzata, per la quale è sufficiente l’intervento chirurgico. In questi casi la probabilità di guarigione per il paziente dipende dallo stadio in cui il tumore è stato diagnosticato: se è in stadio 1 (tumore molto localizzato) il paziente ha circa il 95% di chance di guarire, l’80% in stadio 2 e il 65-70% in stadio 3, cioè se i linfonodi locali sono stati intaccati.

Il secondo scenario, che riguarda circa il 25% dei casi, è completamente diverso e molto più drammatico perché il tumore viene diagnosticato in stadio 4 e il paziente presenta metastasi in diverse parti del corpo. In questo caso non si può parlare di guarigione.

 

Al Congresso Annuale 2012 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), sono stati presentati importanti dati su bevacizumab: i pazienti che continuano il trattamento in prima e seconda linea vivono più a lungo. Cosa significa utilizzare un farmaco in più linee?

I pazienti con tumore del colon retto avanzato, stadio 4, hanno una mediana di sopravvivenza di pochi mesi, che può però raggiungere alcuni anni grazie agli interventi terapeutici attualmente disponibili.

Il trattamento consiste nelle chemioterapie di “prima linea”, ovvero somministrate a pazienti che non hanno mai fatto interventi terapeutici, seguite dalle terapie di “seconda linea”, attivate quando il paziente non beneficia più del farmaco chemioterapico di prima linea.

Da circa otto anni, alla chemioterapia si sono aggiunti i farmaci biologici, tra cui bevacizumab, che agisce arginando la proliferazione dei vasi sanguigni e bloccando il rifornimento di sangue al tumore. L’utilizzo di bevacizumab in aggiunta alla chemioterapia nel trattamento di prima linea ha consentito di aumentare la sopravvivenza dei pazienti con tumore del colon-retto in stadio avanzato. La novità presentata al congresso ASCO 2012 riguarda i benefici dell’utilizzo di bevacizumab anche nella seconda linea di trattamento, dopo che la chemioterapia di prima linea ha fallito.

 

Grazie a queste nuove evidenze, si può pensare a una ‘cronicizzazione’ del carcinoma del colon-retto? E qual è la sequenza ottimale di farmaci?

Pensando alla ‘cronicizzazione’ del carcinoma del colon-retto, ci riferiamo a quel 25-30% di pazienti che presentano metastasi al momento della diagnosi e a quei pazienti che, pur avendo diagnosticato il tumore in fasi precoci, peggiorano in un arco di tempo che va dai sei mesi ai due anni.

La sequenza ottimale nella somministrazione dei farmaci consiste in un intervento chemioterapico di prima linea in combinazione con un farmaco biologico e un intervento con un farmaco chemioterapico diverso in seconda linea, combinato con lo stesso farmaco biologico. Quando la chemioterapia fallisce, deve essere cambiata, mentre il farmaco biologico viene mantenuto perché continua a rallentare la crescita del tumore, con un ulteriore beneficio di sopravvivenza. Il farmaco biologico, come bevacizumab, è un farmaco irrinunciabile, anche perché al contrario della chemioterapia non presenta effetti collaterali gravi.

 

Che cosa significa per l’oncologo avere a disposizione una terapia innovativa come bevacizumab e quali sono i benefici per i pazienti?

La disponibilità di un nuovo farmaco che si dimostra efficace, pur non essendo in grado di eradicare completamente il tumore, permette all’oncologo di dare un beneficio al paziente, non solo allungandogli la vita, ma anche migliorandola in termini di qualità. Ad esempio, un paziente che ha dolore e che non respira correttamente, grazie al trattamento con il farmaco biologico può stare significativamente meglio. Infatti, al contrario della chemioterapia, il farmaco biologico ha una tossicità bassissima e non peggiora la qualità di vita del paziente.

Potrebbero interessarti anche...