Prevenzione tumore al seno: la soluzione italiana per un problema mondiale.

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Il Parlamento Europeo ha stabilito il diritto delle donne affette da neoplasia mammaria ad essere curate presso un Centro che presenti caratteristiche di qualità e figure dedicate a questa malattia.

La prevenzione del tumore al seno è diventato il grande problema di tutti i paesi sviluppati. La riduzione della mortalità e l’allungamento della vita media sono dovuti più alla innovazione terapeutica e chirurgica che alla diagnosi precoce. A cura di Daniele Romano

La prevenzione diagnostica non è sul banco degli imputati dato che non c’è mai stata. Almeno fino ad oggi e nei sistemi sanitari In tutti i paesi sviluppati. Il tumore al seno rimane la seconda causa di morte delle donne. La situazione è davvero pesante: si sta abbassando velocemente l’età di manifestazione delle patologie cancerose mammarie alle over 30 e la strumentazione diagnostica prevista dalle linee guida delle istituzioni dei vari Paesi, non dispone di strumenti in grado di “leg-gere” i seni densi particolare nelle donne giovani tra i 30 e 45-50 anni. È in aumento in Italia l’incidenza del tumore al seno, soprattutto tra le più giovani: nelle donne tra i 25 e i 44 anni si registra, infatti, negli ultimi 6 anni un aumento del 28,6%. È il dato contenuto nell’indagine conoscitiva sulle malattie degenerative, condotta dalla Com-missione Igiene e Sanità del Senato.

Va fatta chiarezza clinica perché si sta sviluppando uno sterile dibattito pro o contro la-mammografia, come se non sapessimo che la diagnosi prevede un mix di strumenti. Nei casi sospetti oltre all’ecografia e alla risonanza si usa l’ago aspirato, spesso senza sapere se si tratta di una microcalcificazione fisiologica o della presenza di un carcinoma.

E ha inizio la “via crucis” delle donne e, in seconda battuta, dei medici radiologi, senologi, oncologi che dopo aver fatto migliaia di referti spesso non sanno che pesci pigliare per l’incertezza della risposta diagnostica e l’angoscia della paziente sia nei tanti casi di falsi positivi (diagnosi errata di carcinoma) che di falsi negativi (diagnosi errata di negatività quando c’è una formazione tumorale).In un recente articolo sul Corriere della Sera di A-driana Bazzi la notizia di “due ricercatori americani sono arrivati a conclusioni che qualcuno già sospettava: nella maggior parte dei casi lo screening non aiuta. Anzi: rischia di intercettare neoplasie che non avrebbero mai dato segno della loro presenza, costringendo la donna a inutili terapie. E non può essere considerato un sistema di prevenzione dei tumori (si tratta, infatti, di diagnosi precoce, perché l’esame evidenzia la malattia quando già c’è, mentre la vera prevenzione primaria punta ad evitarne la comparsa).

Un sasso nello stagno che sta creando scompiglio nella comunità medica.” “Quest’ultimo caso è il problema principale dello strumento della gloriosa mammografia che non ha sensibilità sufficiente per vedere spesso nei seni più complessi formazioni tu-morali già consistenti , anche di diversi millimetri” afferma il professor Roberto Dall’Aglio responsabile della Commissione ministeriale dell’AIFA per tutti i dispositivi medici.

” E non possiamo usare la risonanza quale strumento di screening perché le spese sanitarie si mangerebbero il bilancio dello Stato, con risultati tra l’altro da verificare con grande capacità clinica”. Le linee guida ministeriali prevedono l’errore umano e i limiti della diagnosi precoce della mammografia che espone il medico a possibili richieste risarcitorie, mentre in effetti sono i limiti della tecnologia tradizionale che impongono di individuare un mix diagnostico più mirato e innovativo, che tuteli sia i medici che la salute delle donne.

E’ un momento storico in cui bisogna fondere i saperi del tecnico di imaging, dell’oncologo, dell’auspicato riconoscimento professionale del senologo, senza conflitti di casta, per formare delle vere” breastunit cliniche” che utilizzano in maniera mirata il mix di strumenti diagnostici, aprendosi all’innovazione clinica validata ed evitando la sofferenza inutile delle donne sane o malate. La mammografia ha dato moltissimo e ha ancora molto da dare, ma non può essere con-siderata uno strumento di prevenzione: è screening utile che ha dei limiti . Spesso i cosid-detti CI (cancri di intervallo) tra una mammografia e l’altra , non sono neoformazioni ma carcinomi in fase iniziale passati tra le maglie larghe del primo esame mammografico. Al-tro discorso per i tumori a velocità moltiplicata che in pochi mesi possono raggiungere di-mensioni di un mandarino.

“La polemica sull’impatto degli screening nella riduzione della mortalità è cominciata due anni fa – ha dichiarato Pier Franco Conte, direttore del Dipartimento di Oncologia all’Università di Modena-Reggio Emilia - Ed è nata dall’osservazione che, a partire dagli anni Novanta, nonostante un aumento dell’incidenza del cancro, la mortalità stava diminuendo anche dove non si facevano screening. Probabilmente per un aumento dell’efficacia delle terapie”. Oggi conosciamo bene la biologia dei tumori ( aggressivi, ereditari, indolenti) che non vengono identificati, nella loro specificità, dalla mammografia: l’esame, infatti, vede solo opacità e noduli. “Per fare una vera prevenzione andrebbe affiancato alla ecografia per le donne under 45 e a seno denso, uno strumento diagnostico noto per i suoi principi a tutti i medici e biologi:la neoangiogenesiche si può ottenere con la risonanza magnetica o a costi molto più contenuti dalle nuove tecnologie italiane di ottica mammaria” afferma il prof.Roberto Dall’Aglio. Con un brevetto italiano, che verrà subito esteso su scala internazionale, si utilizza la lu-ce rossa innocua in luogo della radiazioni ionizzanti utilizzata nei sistemi mammografici, anche nei digitali di ultima generazione. Il Comfortscan esegue uno studio dell’assorbimento della luce da parte dell’emoglobina deossigenata, presente in modo evidente, in caso di neoangiogenesi tumorale.

Rileva inoltre l’elasticità dei vasi compressi, riuscendo a discriminare la natura del vaso fra neoangiogenetico tumorale e fisiologico. Si presenta quindi come un esame funzionale in grado di identificare in fase precoce la formazione del tumore. Questo strumento diagnostico consente di monitorare la neoformazione cancerose in fase embrionale evidenziate da una irrorazione patologica dei vasi capillari di cui si alimentano le cellule killer. Sono già stati pubblicati vari studi scientifici che hanno dimostrato una sensibilità mediadel 93% ed una specificità del 85%.

Il 21 novembre in Parlamento, il Comitato scientifico Dobi Group costituito da autorevoli esperti diretto dal prof.Vecchione presenta insieme all’associazione “Under Fourty” i risultati delle indagine cliniche. La tecnologia DOBI, integrata con la Mammografia e l’Ecografia, si presenta come il più efficace, efficiente e conveniente percorso diagnostico. Si è rivelato uno strumento fondamentaleper indirizzare un second-look ecografico, ridurre il numero di biopsie di risonanze magnetiche.

Tra i primi 40 centri che in Italia si sono dotati dello prevenzione DOBI, attivando subito studi clinici comparativi, si segnala la Fondazione PoliclinicoMangiagalli e l’Ospedale Fa-tebenefratelli di Milano, l’Istituto Clinico San Donato conle Cliniche Zucchi di Monza, l’Istituto dei Tumori Pascale di Napoli, la LILT (Lega italiana per la Lotta contro il Tumore), l’Associazione Nazionale Tumori, l’Istituto Previdenza Assistenza del Comune di Roma, Gruppo Habilita San Marco di Bergamo, Gruppo sanitario FARE de L’Aquila.

Il Parlamento Europeo ha stabilito il diritto delle donne affette da neoplasia mammaria ad essere curate presso un Centro che presenti caratteristiche di qualità e figure dedicate a questa malattia. E una tecnologia fortemente innovativa prodotta e distribuita dallo sforzo di tecnici e imprenditori italiani è un bel primato che copre un vuoto diagnostico mondiale.

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