Franco Mongini "CAPIRE IL MAL DI TESTA E COMBATTERLO CON SUCCESSO"

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Da molto tempo mi occupo di mal di testa. Ogni giorno mi confronto con pazienti, perlopiù donne, che soffrono di dolori e disturbi di vario tipo al capo e nelle regioni limitrofe

L’impegno è complesso ma affascinante. Qualche vol- ta, un po’ provocatoriamente, affermo che curare un’emi- crania può essere un compito relativamente facile, purché solo di emicrania si tratti. Ma quando il dolore si cronicizza e si prolunga nel tempo il quadro inevitabilmente si com- plica. Ci sono moltissime persone che «le hanno tutte» e peregrinano da uno specialista all’altro: neurologi, internisti, otorinolaringoiatri, psichiatri, dentisti. Spesso questi ultimi, dopo averli visitati, hanno confezionato per loro una placca da mettere in bocca giorno e notte o solo di notte.

 

«Dottore, mi prenda poco, mi hanno già prosciugata!», così si è efficacemente espressa una mia paziente reduce da una miriade di visite e trattamenti.
Ritengo che, in questi, casi l’unico modo per poter spera- re di attenuare le sofferenze di chi soffre di mal di testa da lungo tempo e ha già affrontato terapie di vario tipo consista nel cercare di conoscerlo al meglio sotto tutti i punti di vista.

La visita deve essere estremamente accurata: un esame neurologico è di prammatica ma esso deve essere completato con un’ispezione accurata della postura, del viso, della cute nonché con la palpazione dei muscoli più importanti della testa, del collo e delle spalle.
Ma prima di procedere all’esame clinico è necessario raccogliere i dati sulla «storia» della persona. Qui non si tratta solo di compilare quello che in gergo tecnico si chia- ma l’«anamnesi»: cioè se la nascita della paziente è avve- nuta con parto spontaneo o meno, quando la prima me- struazione, se ha avuto gravidanze o aborti, se fuma e as- sume bevande alcoliche e così via. E ancora: malattie e interventi chirurgici subiti in passato, in che modo sono com- parsi e si sono sviluppati i disturbi per cui è venuta a cercare aiuto. Tutto ciò è necessario ma non basta. Ritengo che sia indispensabile conoscere i più importanti eventi di vita della persona che si intende curare: infatti essi rappresenta- no un’informazione aggiuntiva che permette di completare il quadro e di gestirlo in modo più adeguato.
L’aspetto più immediato e oggettivo di questo «porsi in ascolto» da parte del medico è rappresentato dalla sua ca- pacità di incoraggiare o indurre il paziente a fare ciò che egli in effetti desidera fare e cioè raccontarsi. Nel campo della medicina a cui mi dedico si tratta di un passaggio fon- damentale.
Dalle narrazioni dei pazienti sofferenti di mal di testa emergono squarci di vita vissuta a volte drammatici, spes- so bizzarri, alcuni ai limiti del credibile. Si pongono così le basi per un rapporto di empatia tra medico e paziente quanto mai benefico ai fini della terapia.
Secondo una vulgata alquanto trita e diffusa «il medico è un po’ come il confessore». In realtà si potrebbe provoca- toriamente asserire che se mai è il confessore a essere un poco, ma certo non del tutto, come il medico. Dal confessore ci si reca infatti in atteggiamento penitenziale per libe- rarsi dei propri sensi di colpa. Con il medico verso il quale si nutre fiducia ci si confida alla ricerca non di un giudizio assolutorio ma di un aiuto.

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