Conservazione del cordone ombelicale: è corretta l’informazione in Italia?

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In ogni goccia di sangue placentare del cordone ombelicale sono presenti popolazioni di cellule staminali di diverso tipo: (simil-embrionali, mesenchimali, ematopoietiche, progenitrici endoteliali) caratterizzate da importanti capacità differenziative ed immunologiche che ne consentono l’applicazione per il trattamento di una grande varietà di malattie. Abbiamo intervistato l’Ing. Roberto Marani, Amministratore Delegato di "Sorgente".

In ogni goccia di sangue placentare del cordone ombelicale sono presenti popolazioni di cellule staminali di diverso tipo: (simil-embrionali, mesenchimali, ematopoietiche, progenitrici endoteliali) caratterizzate da importanti capacità differenziative ed immunologiche che ne consentono l’applicazione per il trattamento di una grande varietà di malattie. Abbiamo intervistato l’Ing. Roberto Marani, Amministratore Delegato di "Sorgente".

Perchè secondo Lei bisogna conservare il sangue cordonale? Perché sia la ricerca che l’applicazione clinica hanno oramai ampiamente dimostrato che il sangue del cordone ombelicale è un patrimonio biologico che il neonato porta con sé come corredo alla nascita e si dovrebbe evitare in tutti i modi che venga gettato nei rifiuti biologici, o donandolo oppure conservandolo privatamente con società come quella che dirigo. Donazione pubblica o conservazione privata. Queste sono le due modalità di conservazione del sangue cordonale concesse dall’attuale normativa Italiana.

Ritiene che le famiglie siano adeguatamente informate rispetto all’una o all’altra opzione? Assolutamente no, oggi più che mai è la confusione a prevalere, al solo scapito del diritto di scelta informata delle famiglie. Ad esempio, pur di trovare un pretesto per attaccare le biobanche private, si continua a sostenere che queste offrano la cosiddetta “conservazione autologa”. Tengo a precisare che questa modalità di conservazione non esiste. La conservazione del sangue cordonale può essere invece pubblica o privata. È l’uso terapeutico delle staminali cordonali che può essere autologo o eterologo e ciò non ha nulla a che vedere con le modalità in cui il campione è stato conservato.

I campioni di sangue cordonale conservati in una biobanca privata possono essere trapiantati sia nel donatore stesso (trapianto autologo), sia in un suo famigliare, come ad esempio un fratello, (trapianto allogenico famigliare).

Lo “European Group for Blood and Marrow Transplantation” (EBMT) riporta chiaramente in recenti statistiche che ad oggi la maggior parte di trapianti di unità di sangue cordonale conservate privatamente è di tipo intra-famigliare ovvero in pratica le staminali del bambino che le ha generate vengono impiegate più spesso per curare un fratellino o un familiare di primo grado. A molti personaggi anche autorevoli del sistema pubblico e a giornalisti poco informati fa invece comodo alimentare l’associazione delle biobanche private al solo trapianto autologo, così da metterle all’angolo, per poi cercare con altre falsità e omissioni di smontare questa forma di trapianto che invece è l’unica possibile in numerosi impieghi terapeutici, ad esempio nelle neuropatologie pediatriche come l’ipossia cerebrale post parto o la paralisi cerebrale.

Quindi chi sostiene erroneamente che le banche private erogano il servizio di “conservazione autologa” perché lo fa? Nel migliore dei casi lo fa per pura ignoranza, per avere letto informazioni errate e averle riportate al solo fine di creare uno scoop senza chiedersi se le informazioni fossero corrette. In un settore così delicato invece gli approfondimenti sarebbero decisamente opportuni dal momento che una informazione sbagliata rischia di indurre in scelte errate i genitori. I vari media non dovrebbero sentire solo la campana del sistema pubblico, dove tra l’altro a suon di appalti, nomine e sistema di costi interni girano molti più soldi che in tutte le banche private messe assieme. Una informazione veramente libera dovrebbe sempre lasciare la possibilità a un dibattito aperto e basato sulle evidenze, i numeri alla mano. A noi in Sorgente piace lavorare così ma mi sto sempre più rendendo conto che in Italia funziona diversamente.

Voi di dossier medicina che vi siete premurati di intervistare chi come noi lavora da anni seriamente in questo settore siete una eccezione che conferma la regola.

Fino ad oggi nessuno dei tanti che parlano e sparlano senza ritegno del nostro settore si è mai degnato di contattarci per sentire anche la nostra. Ma conservare con società come la vostra di fatto serve o no?! Serve quantomeno ad evitare che questo patrimonio biologico venga buttato il giorno del parto, come purtroppo ancora avviene in oltre il 90% dei casi. In alcuni casi poi, se la biobanca che ha conservato lavora nei massimi standard di qualità, i campioni vengono anche trapiantati e salvano delle vite.

La nostra banca del cordone ombelicale in Germania è quella che questo mestiere ha dimostrato di farlo meglio di tutte essendo leader in Europa per numero di trapianti su oltre 60 biobanche. Tra l’altro l’80% dei 19 trapianti effettuati dalla nostra biobanca in 14 anni di storia è avvenuto negli ultimi due anni, a indicare il netto incremento degli impieghi terapeutici delle staminali attualmente in atto. Con questo non voglio certo dire che tutte le banche private siano serie, come sempre si tratta di saper distinguere e valutare sulla base di dati oggettivi.

In cosa dovrebbe migliorare la situazione Italiana? Il servizio pubblico Italiano deve rendersi conto che il problema da risolvere non gravita attorno alle banche private; il vero problema è l’enorme spreco di cordoni in quanto, come pubblicato in ADUC Salute, il 95% di cordoni viene buttato tra i rifiuti biologici. Forse il motivo risiede proprio nella scarsissima capacità fino ad oggi dimostrata dal sistema pubblico di convivere e collaborare con quello privato, cosa che avviene in quasi tutti gli altri stati del mondo che vogliono investire nella medicina rigenerativa. Credo che la scelta di come e dove conservare il sangue cordonale del proprio figlio sia, in ultimo, una scelta molto privata da lasciare all’intimità della famiglia. Il ruolo del sistema pubblico e privato delle raccolte dovrebbe essere di informare in maniera corretta le famiglie, ma purtroppo siamo ancora molto lontani da questo obiettivo.

Il rischio del prevalere del caos è di indurre le famiglie a scelte condizionate o ancora peggio a una “non scelta”.

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