Linfoma anaplastico e protesi mammarie: no all’allarmismo, attenzione ai sintomi

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«Attualmente, a fronte di milioni di protesi mammarie impiantate, il numero di casi di linfoma anaplastico a grandi cellule resta estremamente basso e non offre dati statisticamente significativi che possano mettere in correlazione la presenza dell’impianto con questa nuova patologia.



Nessuna prova scientifica evidenza una relazione tra il linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL) e le protesi mammarie. I segnali da non trascurare e l’unico centro specializzato, a Roma. È il linfoma anaplastico a grandi cellule, ALCL in sigla, l’ultima minaccia per le donne portatrici di protesi mammarie. Ma secondo la SICPRE Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed estetica, che raduna l’80% degli specialisti nel nostro Paese, «non ci sono gli estremi per suscitare allarmismo - come dice il presidente Fabrizio Malan –. Tuttavia, è giusto e doveroso informare, spiegando alle donne quali sono i sintomi. Il tutto sempre ricordando che nessuna evidenza scientifica individua una relazione certa tra questo tumore e la presenza di protesi».

Il linfoma anaplastico a grandi cellule è una rara forma di linfoma non-Hodgkin che si sviluppa a carico dei linfociti T del sistema immunitario. In donne portatrici di protesi si manifesta (ma i casi sono pochissimi) principalmente con la comparsa di un  rigonfiamento sieroso con insorgenza tardiva, in assenza di traumi e di infezioni. La parte, quindi, non è arrossata, né dolente. In qualità di società scientifica, la SICPRE ha partecipato lo scorso 18 febbraio al tavolo di lavoro indetto dal Ministero della Salute sul tema. E rassicura tutte le donne che, per esigenze estetiche o ricostruttive, convivono con questi dispositivi.

Perché no all’allarmismo? «Innanzitutto perché si tratta di un numero di casi molto basso», spiega Stefania de Fazio, il consigliere della SICPRE che ha rappresentato la Società ai lavori presso il Ministero.
Per precisare meglio il fenomeno e la sua insorgenza, Fabio Santanelli di Pompeo, socio ordinario SICPRE, direttore della scuola di Specialità presso l’Università La Sapienza di Roma e massimo esperto della materia, snocciola i numeri: «Nel 2013, la Scientific Committee on Emerging and Newly Identifiend Health Risks (S.C.E.N.I.H.R.) ha riferito 130 casi nel mondo di Breast Implant Associated ALCL (BIA-ALCL)», ovvero di casi di ALCL associati a protesi mammarie. «Nel 2014, sulla base dei più recenti articoli pubblicati in letteratura, questo numero è salito a quota 173».

Le indicazioni del Ministero della Salute
Ed è totalmente senza allarmismi anche la nota di sensibilizzazione diramata il 12 marzo dal Ministero della Salute e diretta a tutti gli operatori che utilizzano questi dispositivi: «Attualmente, a fronte di milioni di protesi mammarie impiantate, il numero di casi di linfoma anaplastico a grandi cellule resta estremamente basso e non offre dati statisticamente significativi che possano mettere in correlazione la presenza dell’impianto con questa nuova patologia. Le protesi mammarie continuano, pertanto, ad esser considerate sicure e sotto questo aspetto non si ravvisano rischi per la salute».

Diagnosi e cura
Il linfoma anaplastico a grandi cellule non deve gettare nel panico le donne portatrici di protesi mammarie e presenta  sintomi chiari.
«Il principale è il sieroma periprotesico tardivo freddo – dice ancora de Fazio – che si  manifesta a distanza di almeno 6 mesi dall’intervento ed essenzialmente in assenza di traumi o infezioni. In base alle disposizioni del ministero, le donne che presentano questo sintomo, guidate dal proprio chirurgo, devono seguire uno specifico iter diagnostico che consiste nell’essere sottoposte ad agoaspirato sotto controllo ecografico di almeno 20 cc di siero, che sarà poi inviato all’esame citologico. A fronte di positività certa o dubbia per anomalie cellulari e solo allora, le pazienti vengono poi avviate a un centro specializzato di emopatologia per la conferma della diagnosi di ALCL. In presenza di diagnosi certa, si rimuovono le protesi e la capsula e tale manovra terapeutica, in assenza di ulteriori sintomi clinici, è risolutiva per debellare la patologia».  
 
A Roma l’unico centro di riferimento
È a Roma, presso l’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, l’unico centro italiano attualmente di riferimento per l’ALCL.

«Mi sono dedicato a questo tema sin dalla segnalazione della Food and Drug Administration americana – spiega Fabio Santanelli di Pompeo, che dirige il gruppo di lavoro multidisciplinare costituito dalla citopatologa Maria Rosaria Giovagnoli, dalla oncoematologa Maria Christina Cox e dall’anatomopatologa Arianna Di Napoli -. Nell’ambito della nostra ricerca abbiamo evidenziato e studiato 4 nuovi casi di linfoma anaplastico a grandi cellule associato a protesi mammarie, tre per ricostruzione mammaria post-oncologica e uno per mastoplastica additiva, che saranno pubblicati sul numero di agosto del Plastic and Reconstructive Surgery. In base ai dati scientifici attuali, non c’è nessun nesso tra l’insorgenza del linfoma anaplastico a grandi cellule e le protesi mammarie, tra l’insorgenza del linfoma anaplastico a grandi cellule e uno specifico tipo di protesi mammarie, tra l’insorgenza del linfoma anaplastico a grandi cellule e la ricostruzione mammaria per pregresso tumore o la mastoplastica additiva estetica».

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